Ho trascorso quarantatré anni della mia vita lavorativa all’interno della Pubblica Amministrazione. Quando oggi mi volto indietro, rivedo non soltanto i giorni di lavoro, le pratiche, gli uffici, ma soprattutto il susseguirsi di stagioni politiche, di amministratori diversi, di uomini e donne che portavano con sé idee, programmi, visioni del mondo. In tutti questi passaggi, a volte netti e improvvisi, altre volte più graduali, io ho sempre sentito forte dentro di me un dovere servire la comunità, i cittadini.
Separare credo politico e ruolo istituzionale
Ho sempre avuto un credo politico ben preciso, un orientamento che sentivo mio, frutto di riflessioni, di convinzioni, di esperienze personali. Ma non ho mai permesso che quel credo diventasse un ostacolo o, peggio, uno strumento di parzialità. Lavorare nella Pubblica Amministrazione mi ha insegnato che il rispetto delle istituzioni è più grande di ogni appartenenza personale. Le idee possono orientare la vita privata, i voti, le opinioni espresse in una discussione; ma quando si indossa il ruolo di servitore pubblico, la neutralità diventa un valore imprescindibile.
L’importanza del rispetto dei ruoli
Ho incontrato amministratori di ogni colore politico, con i quali ho collaborato senza mai mettere in discussione il principio della correttezza. Non ho mai pensato che l’essere più vicino alle mie idee potesse significare un trattamento di favore, così come non ho mai lasciato che la distanza ideologica si trasformasse in ostilità. La Pubblica Amministrazione non è, e non deve essere, il luogo del privilegio o del conflitto; è, invece, la casa del dovere, della trasparenza e del rispetto reciproco.
Neutralità come forma di giustizia
Non sempre è stato semplice. Ci sono stati momenti in cui le tensioni politiche si riflettevano negli uffici, nelle decisioni quotidiane, persino nei rapporti tra colleghi. In quei frangenti mi sono aggrappata al valore più solido che conoscevo la responsabilità verso la comunità. Sapevo che i cittadini si aspettavano da me e dai miei colleghi un servizio equo, senza favoritismi né prevaricazioni. E così ho scelto, giorno dopo giorno, di mettere da parte la tentazione di schierarmi, per custodire quel senso di giustizia che deve guidare chi opera nella cosa pubblica.
Crescere grazie alla pluralità di idee
Con il tempo ho compreso che questa postura non era soltanto un dovere, ma anche una forma di crescita personale. Ho imparato ad ascoltare voci diverse, a confrontarmi con prospettive lontane dalle mie, a cogliere il valore di chi vedeva il mondo con occhi differenti. La pluralità di idee, che in politica spesso diventa scontro, nel mio lavoro si è trasformata in ricchezza.
La soddisfazione di un percorso coerente
Oggi, dopo aver terminato questo lungo percorso, sento di aver mantenuto fede a un impegno silenzioso ma fondamentale – non preferire mai nessuno e non prevaricare nessuno. Ho cercato di essere equa, di trattare ciascun Amministratore con rispetto, di ricordarmi che il mio compito era garantire il buon funzionamento delle istituzioni, non alimentare interessi di parte.
È questa, credo, la più grande eredità del mio lavoro nella Pubblica Amministrazione la consapevolezza che la neutralità, il rispetto dei ruoli e la dedizione al bene comune non sono semplici regole, ma veri e propri atti di giustizia.
