Ci sono stati momenti in cui avrei voluto restituire tutto.
Non per vendetta. O forse sì, almeno un poco.
Avrei voluto prendere certe parole, una per una, e riportarle esattamente a chi le aveva pronunciate. Le allusioni, le piccole crudeltà dette con il sorriso, le bugie raccontate abbastanza bene da sembrare vere. Avrei voluto mettere ogni cosa sul tavolo e dire: adesso prova tu.
Nella mia testa avevo preparato risposte perfette. Quelle che nella realtà non arrivano mai al momento giusto e che, invece, compaiono due ore dopo, mentre stai facendo tutt’altro.
Avrei potuto usarle.
Qualche volta ne avevo anche avuto l’occasione.
Poi ho cominciato a osservare.
È una cosa che faccio spesso, ormai. Quando qualcosa mi ferisce, prima o poi smetto di guardare quello che è stato fatto a me e comincio a guardare chi ho davanti.
Non per giustificarlo.
Per capire.
E mi sono accorta che certe persone si raccontano molto più attraverso il modo in cui vivono che attraverso quello che dicono.
Ho visto persone impegnate a dimostrare continuamente qualcosa, perché forse senza quella dimostrazione non sapevano bene chi essere.
Altre circondate da gente e terribilmente sole.
Altre ancora così attente alla vita degli altri da non avere più tempo per accorgersi della propria.
Allora che ho capito una cosa che mi ha tolto dalle mani parecchie armi.
Non dovevo fare niente.
Nessuna risposta memorabile. Nessuna restituzione. Nessun regolamento di conti.
La conseguenza più precisa di ciò che siamo è la vita che costruiamo intorno a noi.
Le persone che rimangono.
Quelle che se ne vanno.
Le relazioni che sappiamo custodire e quelle che consumiamo.
La fiducia che generiamo quando entriamo in una stanza oppure quella piccola diffidenza che ci precede, anche quando nessuno ha il coraggio di nominarla.
Queste cose non accadono tutte insieme. Non hanno il fragore della punizione e, soprattutto, non obbediscono a quella contabilità infantile secondo cui chi fa del male prima o poi deve riceverne altrettanto.
La vita non funziona così.
A volte, purtroppo, chi ferisce sembra cavarsela benissimo.
Ed è proprio qui che ho smesso di credere alla frase consolatoria secondo cui «la vita mette tutti al loro posto».
Non sempre lo fa.
Ma noi possiamo scegliere il nostro.
Possiamo decidere quanto spazio concedere a qualcuno, quanto vicino lasciarlo arrivare, quanta parte della nostra giornata sacrificare per pensare a ciò che ha detto o fatto.
Per molto tempo avevo creduto che non reagire significasse lasciare vincere l’altro.
Adesso penso quasi il contrario.
Ci sono battaglie che perdi nel momento esatto in cui accetti di combatterle.
Per restituire certe cose bisogna averle tenute dentro abbastanza a lungo da impararne la lingua.
E io quella lingua non voglio impararla.
Non perché sia migliore.
Perché mi costa troppo.
Così, quando qualcuno prova a trascinarmi dove non voglio stare, qualche volta riesco finalmente a fare una cosa semplicissima.
Guardo.
Capisco.
E proseguo.
Non so dove la vita metterà gli altri.
Ho smesso di aspettare che lo faccia
Adesso scelgo dove stare io.

