Il diritto di un bambino alla Bigenitorialità

Il diritto di un bambino alla Bigenitorialità. Lettera di un padre al Magistrato.

Caro magistrato,
il giorno che sono entrato nel tuo ufficio non sapevi neanche come mi chiamavo e cosa facevo. Non avevi avuto il tempo di aprirlo il mio faldone. Così il mio nome me lo hai chiesto.

Mi hai poi spiegato che secondo te, secondo la tua interpretazione della legge, i bambini devono sempre e comunque stare con la mamma. Non col genitore più idoneo, come prescrive la legge; con la mamma. Anche quella con condanna a trent’anni per infanticidio.

La cronaca insegna.

Non so su quale libro di pedagogia l’avessi letto. O su quale Codice. Comunque me lo hai chiarito subito come una sentenza definitiva… quando la causa era appena iniziata; e mi hai invitato ad uscire.

In fretta perché il caffè, mi hai detto, quel mattino non lo avevi ancora bevuto. E fuori, come scardole in frega, decine di coppie si accalcavano all’uscio.
Cinque minuti.
Perché, anche se la legge è uguale per tutti, io non merito le 5 ore di udienza del calciatore e di quella della TV. Non avevo fotografi fuori, io.

Perché la mia è una causa evidentemente inutile. Come molte. Forse la maggior parte. Tanto non saresti entrato nel merito.

Eppure, se ci pensi bene, a lavorare così infirmi la tua stessa figura. Il magistrato è inutile: bastano i Codici! E’ già tutto scritto. Non c’è bisogno di valutare e di pensare.
“Non si tolgono i bambini alle mamme; anche a quelle come la sua consorte che, lo ammetto, non si rende conto dei danni che sta facendo; non è pregiudizio, è prassi giuridica”. Così mi hai detto.

Tanto sapevi che la prima parcella dell’avvocato mi avrebbe dissuaso dal continuare. Oppure l’affitto della nuova casa.

O le parcelle delle varie CTU, CTP che sulle disgrazie degli altri talora ci vivono, talaltra ci speculano. E altrimenti ci avrebbe pensato la rata del mutuo di una casa in cui non potevo più abitare.

Che poi, quando ti ho dimostrato che la casa in questione era vuota e andava in rovina perché moglie e figlio vivevano da tutt’altra parte, hai fatto spallucce. Tanto non era la tua.

E se no ci avrebbe pensato lo psicologo del tribunale a minimizzare il fatto che da 5 mesi non riuscivo a vedere mio figlio; niente ai fini dell’affido, avrebbe detto, in confronto al mio approccio infantilistico che sarebbe risultato, quello sì, di grave nocumento alla prole…

E se, come a un mio amico, fosse capitato l’unico psicologo esistente che avesse avuto il coraggio di sentenziare che il miglior assetto affidativo era quello paterno, allora e solo allora ti saresti ricordato di essere peritus peritorum e avresti richiesto un’altra perizia non accettando l’esito della prima.

Ma, perdonami caro magistrato, che ne sapevi tu del mio istinto paterno? Di quante volte avevo messo a letto mio figlio raccontandogli una fiaba, di quante volte lo avevo portato a spasso nel bosco o ai giardinetti, di quante volte avevamo fatto la doccia assieme?

Di quante volte mio figlio mi aveva detto che voleva vivere con me? Di quante volte lo avevo portato all’asilo o gli avessi messo la supposta?

Forse più volte di te.

Ma tu non lo sapevi.

Non ti importava.

Pensare che quando mi avevano detto che anche tu sei un padre separato dal figlio, mi ero un po’ illuso. Quando lingue indiscrete mi avevano detto che neanche a te, onnipotente, la consorte aveva permesso per mesi di incontrare tuo figlio, credevo che avrei trovato comprensione.

Ma poi mi hai detto di non rompere le scatole con le mie denunce. Che tu dal 15 giugno al 15 settembre non lo vedi proprio tuo figlio, che è giù in meridione dai nonni materni. E che tu sei contento. E non infastidisci nessuno coi procedimenti penali. Non ingolfi la Procura.
Perché pensi che sta al mare, al sole e si diverte.

Allora ho capito che la paternità, tu, la vivi in un modo diverso dal mio.

Lecito.

Il problema nasce quando la tua sensibilità diventa legge per gli altri. Che credono alla alienazione genitoriale e hanno letto dei gravi problemi che può causare.

Che nella paternità ci credono.

Che nelle leggi del Codice Civile e Penale avevano letto cose diverse.

Se mi avessi fatto parlare avrei voluto spiegarti che la Convenzione di New York riconosce il diritto del bambino alla bigenitorialità. E come fa un bimbo ad avere due genitori se uno se ne va col piccolo a 400 km di distanza?

No, la bigenitorialità non è inficiata da queste piccolezze, mi avresti detto.

E poi… è molto più forte il diritto costituzionale alla libertà di movimento.

Che poi è lo stesso diritto che, biondo e serafico come l’arcangelo Gabriele, mi avevi sbattuto in faccia quando mi ero lamentato che mio figlio, al seguito di mia moglie, aveva cambiato 24 volte domicilio in pochi mesi.

In fondo, però, avevi ragione.

A che vale fare tante denunce e caricare di lavoro la magistratura? Mi sarei fatto la fama del litigioso davanti ai magistrati e allo psicologo del tribunale.

Perché ho capito che chi subisce un torto, spesso in tribunale è equiparato a chi lo perpetra: due rompiballe!

Anzi, il primo più del secondo perché fa saltare fuori il problema; fa lavorare.

E poi, non avrei ottenuto niente: il tuo collega del penale avrebbe fatto di tutto per archiviare le mie denunce.

E quando, dopo anni di opposizioni su opposizioni alle tue richieste di archiviazione, fossi riuscito a ottenere la condanna di mia moglie, avrei ottenuto solo di pagare 2.000,00 euro di avvocato per vederla condannata a 300,00 euro di multa per aver privato suo figlio del proprio papà per mesi e mesi. Per cui meglio subire in silenzio senza ribellarsi.

Oppure non affidarsi a te, alla giustizia che confonde vittime e carnefici.
E farsi giustizia da soli.

Ma io non cadrò nella trappola dell’esasperazione. Mi spiace.

Perdonami: tu non riuscirai a dire di me “Visto che, in fondo, era uno squilibrato?”.

Sarà la vittoria più grande.

Certo quando leggerò ancora di una coppia che si è sparata dentro al tribunale o fuori, perché col metal detector i problemi si bloccano sulla pubblica via e danno meno fastidio, saprò già il perché.

Penserò che sarà stato dopo che al padre avevi detto: “verificherò fra un anno se è vero che lei vede o non vede suo figlio” (che poi, dopo che l’hai verificato, dopo che è venuto il paese intero a dirtelo in faccia, con in testa il Sindaco, non hai fatto niente lo stesso).

Oppure quando avrai disposto l’allontanamento immediato del padre dal figlio per l’ennesima calunnia: la pedofilia paterna.

Oppure perché, dopo che in tre anni (di carcere o di allontanamento dal figlio) sarà stato stabilito che non era vero niente, tu non avrai preso nessun serio provvedimento punitivo nei confronti del coniuge sciagurato.

Così quell’avvocato suggerirà lo stesso comportamento anche alla prossima cliente (“Ci provi, tanto, signora, non c’è nulla da perdere; coi nostri giudici non si rischia nulla”).

E questo lassismo me l’aveva chiarito anche il mio di avvocato, che mi disse che l’udienza era andata bene perché, nonostante mia moglie m’avesse accusato di abusare di mio figlio, il giudice aveva fatto finta di non sentire.

Per cui mi suggerì di accendere un cero e lasciar stare le denunce per calunnia, che a parlarne troppo, coi giudici che ci ritroviamo, avevo solo da rimetterci.

Rischiavo la prigione per abuso di minore.

Eppure, caro magistrato, se tu usassi più rigore, lavoreresti meno e meglio.

Perché chiunque, temendo di perdere l’affido o di essere punito con severità, rispetterebbe di più il buon senso e la legge, e i figli.

Avresti molto più tempo a disposizione per ampliare le tue conoscenze e… per i tuoi caffè.

E piccolo, trascurabile particolare, ci sarebbero molte meno denunce false. Molti meno contenziosi. Molte meno morti.

Molto più rispetto dei bambini.

Perché 30 inottemperanze al diritto-dovere di visita non si raggiungono in un giorno.

Che poi, se ci pensi bene, se tu non punisci chi non ottempera al tuo provvedimento (al tuo, non al mio), e anzi ne chiedi l’archiviazione, vuol dire che il primo a non prendersi sul serio sei proprio tu!

Che poi, se ci pensi bene, riesci a immaginare per quanti mesi, prima ancora del tuo provvedimento, non avevo visto mio figlio? Ma non posso neanche spiegartelo perché non era neppure reato (i bambini si possono anche rubare, per legge): infatti non contravveniva a nessun provvedimento del giudice, così mi han detto i gendarmi e l’avvocato! E se non è reato, non puoi neanche chiederne l’archiviazione!

Ma sì, il padre conta meno di zero.

Me l’ha confermato un amico cui avevi affidato la bambina solo perché la madre si era smaterializzata e gliela aveva mollata lì, come un pacco.

Ma dopo un anno, quando la madre è ricomparsa dal nulla, ci hai messo 5 minuti a toglierla al padre e ai nonni paterni che l’avevano accudita amorevolmente.

Lì, perdonami, sei caduto in contraddizione: ti sei completamente scordato che a me, che chiedevo che mio figlio potesse dormire a casa mia quelle rare volte che mia moglie accettava di consegnarmelo, dall’alto della tua scienza pedagogica avevi ribattuto che i bambini sono molto abitudinari e bisognava avere pazienza, che il dormire a casa del padre è un traguardo che si deve raggiungere con calma e solo dopo che avevi accertato, tramite i servizi sociali, che… non ero pericoloso.

Certo, ci sono uomini che picchiano la moglie e non si preoccupano della famiglia. Ma in comune con me, queste persone, hanno solo un cromosoma Y.

Sarebbe stato tuo dovere capirlo. Tuo dovere. Certo, così credi di fare l’interesse supremo della prole.

Avete mai visto un vitello seguire il toro?” Il mio vitello, però, sarebbe anche venuto a dirtelo con chi voleva stare.

Sul quaderno i pensierini parlavano chiaro. “Non voglio andare con la mamma, che ha tanti problemi e va dallo psichiatra”. Ma il quaderno non hai voluto leggerlo e per ascoltare il bambino mancavano 10 mesi all’età minima.

Così il bambino le sue aspirazioni le ha dovute dire allo psicologo del tribunale che si è …dimenticato di trascriverle nella perizia.

Per quanto poi può valere una perizia.. su questo son d’accordo con te…

Finisce che il bambino sta con la mamma che va dallo psichiatra, che lo plagia e fa di tutto per alienargli il padre. E magari come riferimento maschile si trova il nonno materno che in questa brutta storia cerca un angolo di paradiso anche lui, e mi chiede quattrini a parte per farmi incontrare mio figlio. Te l’ha anche detto un testimone. Tra l’altro una donna, una mamma. E te l’ha testimoniato in faccia. Ma è giusto così.

Quello è l’interesse supremo che tu hai individuato. Peccato solo che, a un certo punto, in una udienza, mentre pontificavi, ho capito che non avevi individuato neppure che a tre anni un bambino non sa allacciarsi le scarpe.

Perché, perdonami, forse tu, al tuo, non gliele avevi mai allacciate”.